domenica 7 febbraio 2010 - 16.30
Il mondo degli anarchici siciliani
GIUSEPPE ALIBRANDI
( Fonte:ACS, CPC)
IL LIBERTARIO DEI NEBRODI
( Fascetta di retrocopertina)
La storia di un gruppo anarchico siciliano composto da Antonino Puglisi (1897) Francesco Martino (1896) Leo Giancola (1897) nati a Librizzi, compagni d’infanzia e di fede politica. Tutti e tre soldati della grande guerra 15-18. Di ritorno dal fronte, abbracciarono l’anarchismo e nel 1920-21 si mobilitarono contro il fascismo. I fratelli Martino mandavano avanti a Messina una fabrichetta di scarpe, dove lavorava Nino Puglisi. Anche i fratelli Martino furono schedati al CPC come il Puglisi. Leo Giancola nel 1921 emigrò in America e abitava a Brooklyn Kings, New York. Faceva parte della redazione dell’Adunata dei refrattari dove conobbe Armando Borghi durante l’esilio a New York. Puglisi perseguitato dal fascismo fu mandato al confino e morì in un manicomio, al Mandalari di Messina. Appresa la sua morte, Giancola ricordò il compagno d’infanzia e di fede nell’Adunata dei refrattari del marzo 1945. Insieme alla loro storia viene raccontata la storia dell’anarchismo e del fuoriuscitismo italiano, dai tempi di Malatesta al convegno di Carrara del 1965, e degli anarchici siciliani.
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lunedì 28 dicembre 2009 - 15.04
DALLA PARTE DEGLI INFEDELI

Cosa accadeva dalle parti degli infedeli ?
Quale fu il contesto sociale e politico entro il quale si consumò la vicenda del vescovo Ficarra? Prima che Ficarra fosse promosso ad arcivescovo dalle parti degli infedeli, a Patti, dalle parti dei fedeli, cos’era accaduto? Tra Roma e Patti si giocava una partita che aveva per protagonisti il vescovo Ficarra e il suo Amministratore apostolico Giuseppe Pullano: era una partita tra un vescovo pastore e un vescovo politico.I tavoli di quella partita stavano in Vaticano, nelle carte del cardinale Adeodato Piazza.
Fu una storia al centro di quella guerra fredda che divise gli italiani in buoni e cattivi e che passò anche attraverso la Chiesa cattolica nazionale e locale.
Cosa accadeva dentro le mura del Castello al quale i pattesi guardavano come alla Sacra Montagna alla quale vanno le genti? Noi collegiali eravamo ignari spettatori di quel dramma che stava per andare in scena, ma dietro le quinte si svolgeva un rituale che ci coinvolgeva.
Quando il Vescovo Pullano fu nominato Amministratore apostolico, andò ad abitare nel palazzo Orsini ( l'ala del palazzo che sarà distrutta insieme alla torre della colla, una corda che serviva a torturare, si dava la colla per la durata di un pater, di un'ave o una Salve regina) ma noi collegiali e chierici andavamo a prendere il Ficarra nel suo palazzo. Quando Pullano diventò amministratore apostolico con pieni poteri, il Ficarra non officiò più. La cerimonia cambiò itinerario: si snodava col suo corteo dal palazzo Orsini alla Cattedrale. Avevamo due Vescovi, due presenze diverse. Ma noi, beata incoscienza, facevamo cagnara nell'attesa del corteo, senza mai chiederci perchè si andasse ora dall'uno e ora dall'altro vescovo. Ficarra, l'Angelo, faceva tenerezza e commuoveva per quella sua dolcezza del viso. Era ireratico e umano allo stesso tempo. Portava occhiali minuti. Lo vedevamo ormai ai margini della vita ecclesiastica, officiare qualche volta come alla domenica di Pasqua, dopo che l'Amministratore apostolico aveva presieduto la Veglia pasquale. Il Ficarra lo ricordo, senza segretario, magari accompagnato da sacerdoti di passaggio, mentre scendeva per la scalinata del Palazzo vescovile, quella che dava sull'attuale galleria riesumata. I più neanche facevano caso a quell'ecclesiastico col tricorno nero, che veniva sul vecchio sagrato della Cattedrale per parlare con i chierici in ricreazione.

Ricordo che, alle conferenze del mercoledì sera, il padre spirituale citava una frase del Vescovo Ficarra sulla grazia divina. Credo dicesse che per un cristiano il provare sentimenti di amicizia e amore per il prossimo fosse più che un segno di stare in grazia di Dio! Una tesi dal vago sapore modernista, pensando a quelli che ti dicono che solo confessati e comunicati si è in grazia di Dio!
Ricordo un momento in cui i due vescovi comparvero insieme a una cerimonia pubblica. Fu per la posa della prima pietra del Santuario del Tindari. Ficarra ormai era ridotto a pura comparsa. Quella volta, noi collegiali e chierici, tradotti in pellegrinaggio, assistemmo ai primi colpi di piccone. Tutti ebbero il loro piccone e il colpo da dare alle fondamenta, compreso il Ficarra che ricordò il colpo di piccone di Sant'Elena a Roma, nel sito della basilica di San Pietro e rinvenne i resti di una Croce.
Quant'erano diverse le personalità di quei due vescovi!
Ficarra votato alla meditazione, colto, sempre riflessivo, mai di circostanza nei suoi discorsi. Tollerante con gli uomini e con le cose. Pullano era invece votato all'azione, alle opere di pietra fino a fare violenza alle stesse pietre.
Al Seminario era rimasta la vecchia guardia dei Teologi, rimasti disoccupati. I chierici del Maggiore erano stati mandati a Catania e, al Tindari, il Minore era stato chiuso. Il taglio dato dall'Amministratore era stato netto e significativo della svolta che si voleva dare tra il clero. I vecchi insegnanti di Teologia li incontravamo spesso nei corridoi del collegio: il priore Tricoli, biblista, insegnante di Sacre Scritture. Lo incontravamo di mattina presto, a Lodi e Mattutino, con le ampolle del vino e dell'acqua. Aveva la mania di portarsele da casa per celebrare Messa. E tra noi correva la voce che facesse così per non farsi avvelenare. Poi c'era il canonico Baudo, canonista, insegnava Diritto ecclesistico. Consumava i pasti in una trattoria cittadina e al ritorno si chiudeva nella sua stanzetta buia. Le finestre del suo alloggio davano sul terrazzo e quando noi trottavamo la sua stanza si scuoteva tutta dal terremoto. E tanti altri di cui coglievamo le manie solitarie, che soffrivano l'ostracismo sociale e culturale della comunità ecclesistica.
Questi ecclesiastici me li ricordo all'Officiatura del Venerdì santo, quando spenta l'ultima candela, denudati gli altari, nella penombra del coro stivata di chierici e collegiali, in cotta bianca, percuotevano gli scranni del coro con dei bastocini di legno distribuiti dal maestro cerimoniere. Dall'accanimento con cui mazziavano, io capivo che quei canonici ce l'avessero con qualcuno, come se dovessero scacciare dei cani di bancata. Secondo l'usanza liturgica questo qualcuno doveva essere Satana. Ma chissà! ( G. A.)
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