martedì 20 luglio 2010 - 17.37

Le cerase dell'assessore

E le anime morte di Gogol

La modestissima cronaca di un episodio che vede al centro della storia don Francisco e che l'autore Narcof Staitopic ha condito con un po' di malizia satirica, corrisponde al desiderio, inesausto anche se superficiale e frenato dall'accidia, di conoscere e capire uomini e cose. Don Francisco soffre di queste iatture umane, ma non può far altro che prendere le distanze da queste recite farsesche e preferire, amare e servire la signora Sara che fuma e tossisce, la signora Concettina che canta, don Carmelo che rinfresca la strada, Nicola che serve la Messa, Carmelina e Manuela che suonano l'organo, perfino i gatti della signorina Maria Teresa che tengono  i topi a distanza, e soprattutto gli Indiani con i loro sguardi pieni di mistero e di bisogni, che spesso incontrano i nostri pieni di furbizia e perfidia.

 

La propongo ai lettori di Ventennio europeo per festeggiare i 38.000 ingressi, assieme ai 50.000 di Francigena. Propongo ai letori dei blog di ScuolaER Le cerase dell'assessore come racconto dell'estate, rimandandoli al link di Patti online , ricambiando per la verità il link scarsamente generoso col quale riprendono Archeologia delle tonnare messinesi che  sul Portale pattese è diventato Archeologia delle tonnare del golfo di Patti, con un cenno in fondo alla pagina, a cura del prof Alibrandi, autore del testo proposto oltre che curatore del volume pubblicato dalla provincia regionale di Messina.
Suggeriamo al lettore prima di affrontare la lettura del post di andare al link  - menù a destra dopo aver cliccato sul titolo di testa, a raccogliere  Le cerase dell'assessore.
 
LE ANIME MORTE DI GOGOL
  

Le cerase dell’Assessore, a firma dello pseudonimo Narcof Staitopic, pubblicato in PattiOnline, mi hanno fatto sobbalzare davanti allo schermo non tanto per le belle ceste di cerase che invitano il navigatore di Internet ad allungare la mano per raccoglierle e assaggiarle prima ancora di aprire e leggere … leggere pagine dei tempi andati che richiamano alla mente la prosa sciasciana sul costume politico siciliano; pagine, ecco, di Todo modo, un libro che parla di cattolici che fanno politica, ambientato in un albergo eremo, quel genere indistinto di fabbricati ecclesiastici  il cui target è stato promosso dall’esenzione dell’ici, dove si possono fare esercizi spirituali e altre cose come le riunioni politiche al riparo da ogni intercettazione, magari coperte dalla recita del santo rosario a ranghi compatti, come nel film di Elio Petri del ’76, che trasferì il racconto di quel genere poliziesco sullo schermo.

In questo luogo, quello del racconto, durante il ritiro annuale di un gruppo di "potenti", tra i quali cardinali, uomini politici e industriali, si verifica una serie di inquietanti delitti che preludevano alla liquidazione dell’allora classe politica democristiana, chiaramente nel gergo cinematografico non in quello della prosa sciasciana, il cui autore derubricò a professionisti dell’antimafia i liquidatori della prima repubblica che allevava il serpe mafioso.

Ma che c’entrano le cerase dell’assessore con il Todo modo di Sciascia? c’entrano! E non solo per lo snodarsi del racconto che fa rivivere le migrazioni di una classe politica  per la quale in Sicilia non è arrivata l’ora del Caro estinto, anch’esso un romanzo che celebra l’inumazione della classe aristocratica inglese, ma soprattutto per quell’aura di  noir, come si suole chiamare adesso il giallo poliziesco di cui fu vero maestro Sciascia. Intanto perchè chi lo firma, Narcof Staitopic, è un prosatore il cui pseudonimo evoca i prosatori russi alla stregua, che so, delle Anime morte di Gogol,  che di nome si chiamava Nikolay Vasil’evič, che fa rima o almeno assonanza con il nostro Staitopič, cui certo non manca la verve satirica del genere satirico russo che racconta dei contadini-servi della gleba (anime) defunti, ma risultanti ancora nei registri dei loro proprietari, come le anime morte evocate nei riti dei politici al gobbo dei quali stanno a leggere e a ripetere la lezione le nuove Marcegaglie.

Nelle cerase dell’Assessore che arrivano all’ora della mensa eucaristica quasi sull’altare, portate da un rampollo di quell’altra anima di contadino che scende dal casale della Montagna a  Patti, e che non potranno mai sostanziarsi nel corpo e sangue di Cristo, sta la rievocazione di quel mondo contadino ormai scomparso, rievocato nelle sagre della castagna e delle cerase, che devono pro­muovere il territorio senza agricoltura finanziata dai contributi della Comunità europea. Cerase che a mezzo­giorno in punto, don Francisco distribuisce ai suoi fedeli indiani, frequentatori della mensa eucari­stica ed esponenti della nuova globalizzazione, arrivata anche in Sicilia a dare man forte in agricoltura come braccianti o nei servizi sociali come badanti.

Ma chi è il don Francisco del noir politico? E’ forse un hidalgo spagnolo, il calificator, il teologo inquisitore, il fiscale, l’alguacil? Niente di tutto questo: egli è un curato di anime, non morte alla Gogol, ma un curato alla Bernanos di quelli che sopravvivono alla scomparsa della fede nei loro stessi fedeli, che va ad aprire le porte della chiesa nella speranza che qualche fedele ricordi che è domenica e non un giorno feriale; ma che era un giorno speciale lo si capisce dalla presenza dei vigili e delle vigilesse che devono garantire che piazza Municipio resti sgombra per il rito delle cerase, mentre a rafforzare il divieto del semaforo alla curva di don Lillo ci sono le loro macchine che filtrano il passaggio  attraverso quell’imbuto che una volta portava al palazzo del Capitano.

La città del cinquecento così come la vide Tiburzio Spannocchi e la disegnò nei suoi acquerelli dentro le sue mura, vegliata dalla torre dei Magazzeni, nascondeva una città dentro la città con il suo castello e la cattedrale che con il suo prospetto ponentino è stata liberata dalla recente campagna di scavi. E una città liberata dalle sue doppie rappresentazioni per essere restituita alla sua facciata originaria.

Don Lillo, don Francisco mi ricordano la Patti medievale, arredi o Casteddu, con la facciata moza­rabica della sua Cattedrale nascosta da quella rinascimentale, dove all’interno, nel sepolcro che si era fatto approntare l’inquisitore don Bartolomeo Sebastian, sotto il bassorilievo del vescovo inqui­sitore, è sepolto invece monsignor Napoli, vescovo benefattore della città. Una città double face, una città che è il contrario di quel che appare, sede di inquisitori che certamente non ispirarono tra le sue mura il libero pensiero e che alla curva di don Lillo celebrava i riti della politica.

Don Lillo sul bancone della sua bottega allineava le burnie di cristallo zeppe di zuccherini canditi e marzapani. Più che da bottega il locale di don Lillo faceva da ritrovo per anziani del paese che avevano perso l’occasione di vedersi nel rètro della farmacia Baratta. Nelle vetrine, appesi allo spago e tra le molle di un fermabiancheria, c’erano dei vecchi numeri della Gazzetta del sud e  nelle specchiere sporche di polvere s’intravvedeva il verde dei dollari macchiati dal bianco parruccone di Giorgio Washington. Don Lillo faceva il cambiavalute. Davanti alla sua bottega si riunivano i notabili della città, dove si faceva la conta delle anime morte che rientravano da Carasi: - Chi è che passa ? – chiedeva il Notabile, e rassicurante il tirapiedi di turno rispondeva: Nuddu mmiscatu cu nenti!

Oggi, caro il mio don Francisco “questi nuddu miscati cu nenti”,  paria della società nella scala gerarchica del loro paese, sono venuti da noi e, grazie anche alla tua agape fraterna, si sono messi a tavola attorno alla cesta di cerase dell’assessore! Si sono autopromossi!

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giovedì 10 giugno 2010 - 16.45

Nell'Anniversario della Dichiarazione di guerra

Contro il pensiero unico

Torre Sebastiano (1872 - 1932)

Anarchico rivoluzionario

Scritturale pubblico

Antimilitarista

Contro la Guerra di Tripoli

Nel giorno anniversario della Dichiarazione di guerra di Mussolini

Tornando al Senato a quei tempi del pensiero unico

Nel giorno in cui un Cavaliere ne rinnova i fasti

Ricordiamo un barcellonese

Che fa parte della tradizione anarchica e antimilitarista

Di Barcellona P. G. in Sicilia

( Fonte: ACS,CPC)

La sua memoria è tramandata da Nino Pino Balotta che nel conservare il ricordo nella Barcellona degli anni'30 dettava un ritratto dello scritturale pubblico, come amava definirsi e firmarsi, assieme a quello di altri anarchici barcellonesi e della provincia messinese che fanno parte della sua biografia scritta negli anni '80 da Giuseppe Alibrandi.

La foto qui pubblicata è quella che risale all'epoca dei fatti contro la guerra di  Tripoli, il 1° novembre del 1911. E' la sua foto segnaletica conservata agli atti nel fascicolo  CPC dell'ACS.

 Come ogni mattina il Torre Sebastiano, dotato di bella calligrafia, di professione scritturale pubblico, prendeva il treno per Messina per andare a offrire, fuori Barcellona, i suoi servizi a chi non sapeva leggere e scrivere. Di lui l'estensore del profilo biografico, conservato al CPC, scrive che non ha conseguito alcun titolo accademico e non è capace di tenere conferenze. Nell'immaginario collettivo del tempo, e quindi anche per lo scrivano pubblico impiegato al Ministero dell'Interno, Torre Sebastiano risulta essere un anarchico facente parte dei gruppi di sbandati nemici dello Stato più per ragioni esistenziali che politiche.

Ai tempi dela guerra di Tripoli il pubblico scritturale, che professionalmente aveva un ottima autostima considerandosi alla stregua  professionale di un orchestrale o di un vetturale, tutti uguali secondo il metro della sua scala sociale, usciva tutte le mattine per il  giro di propaganda antimilitarista, incitando le reclute a disertare la guerra di Tripoli. Preferiva recarsi in trasferta oltre lo Stretto, a Reggio Calabria. Se gli Uffici postali erano quelli preferiti per l'esercizio della sua professione scritturale, quello del reggino calabrese lo era di più, perchè assai frequentato dalle giovani reclute che si imbarcavano per l'Africa.

Quel mattino l'impenitente anarchico di Barcellona P.G. aveva inziato sul treno a fare la sua propaganda antimilitarista e sbarcato a Reggio di Calabria si dirigeva al vicino Ufficio postale dove incitava alcuni soldati che dovevano partire per Tripoli a non andarvi e a ribellarsi agli ordini superiori. Successivamente, sempre, nel suo profilo biografico, si legge che nel gennaio 1912, in occasione della sua traduzione da Catania a Messina si dichiarò anarchico rivoluzionario contrario all'attuale guerra Italo-Turca ed entusiasta dei turchi.

Al carcere di Reggio aveva fornito delle false generalità e restio a qualsiasi provvedimento, sotto le mentite  generalità di De Luca  Ernesto fu Paolo e fu Anna Micucci veniva condannato a mesi otto di reclusione e lire 50 di multa per avere incitato alla disubbidienza della legge i soldati partenti per la Tripolitania.

La sua identificazione, in attesa della quale era trattenuto in arresto a disposizione degli Uffici di polizia di Reggio Calabria, ebbe i tempi e l'andamento di una comica abilmente recitata dal Torre sotto le mentite spoglie del De Luca Ernesto. Essendo le ulteriori indagini intese ad identificarlo, riuscite vane venne disposto la di lui traduzione a Messina. E fu così che potè essere identificato per Torre Sebastiano, arcinoto al di qua del Faro, sotto la Lanterna di Messina. Sotto le false generalità- mi verrebbe di scrivere di un Erri De Luca come nella commedia napoletana-  il Torre veniva tradotto per essere identificato negli Uffici di Pubblica Sicurezza della Calabria e della Sicilia dopo aver mandato nel pallone l'anagrafe politica e carceraria delle Reali prigioni del Regno d'Italia.

A questa storia della  doppia identità, abilmente recitata nelle carceri e uffici giudiziari di Reggio contribuì quel saggio di bella calligrafia e inappuntabile scrittura italiana che redige in carcere, una petizione indirizzata a Roma, al Ministro dell'Interno, su modulo prestampato, nella quale il supplicante Ernesto De Luca protesta per essere stato messo dentro per falsissime accuse e da quel giorno, esattamente ventotto, invoca di essere lasciato libero e in pace una buona volta, mentre si vuole che siano false le sue generalità!

Ammonito per le sue idee, sotto lo Stato liberale e sotto quello fascista, il 17 febbraio 1900, quattro volte condannato per contravvenzione all'ammonimento e trasgressione alla vigilanza speciale, il 13 dicembre 1900 fu assegnato al domicilio coatto per anni tre e destinato a Lampedusa, da dove tornò nella sua patria, Barcellona Pozzo di Gotto, l'11 gennaio 1906, base per la sua professione di scritturale pubblico in servizio permanente contro la guerra. A ogni ricorrenza fascista perdeva la libertà, fermato per misure di p.s. la notte del 26 al 27 corrente del 1931 in occasione della commemorazione della marcia su Roma e rimesso in libertà il 29 ottobre.

Intercettazione preventiva di libero pensiero contro il Regime fascista!

Intercettata anche la sua corrispondenza con il Caro Errico ( Malatesta) indirizzata presso la sede della rivista quindicinale Pensiero e Volontà, nella quale confida al Beato Errico " Tengo a cuore la tua idea ma però, chi imporrebbe ai nascituri il Nome?..." e spiega la sua idea di Comitati direttivi come dovrebbero funzionare nello Stato anarchico! Di sicuro una lettera divagante indirizzata nei momenti di pausa della sua professione di pubblico scritturale che a Barcellona svolgeva nei pressi del Chiano a Chiesa dove morì in attesa dei suoi clienti illetterati e analfabeti che ricorrevano ai suoi servizi  che lui prestava da anarchico rivoluzionario trattenendo  solo il fabbisogno per il sostentamento giornaliero.

Fu radiato dallo schedario dei sovversivi perchè deceduto a Barcellona P.G. la sera del 31 marzo 1932.

( Clicca sul titolo di testa e vai al menù, a destra, in basso: troverai l'esilarante supplica dell'anarchico barcellonese!)

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venerdì 21 maggio 2010 - 11.03

La storia siamo noi!

Anche se non ci avessimo avuto don......

La storia siamo noi! Anche se non ci avessimo avuto don Peppino Garibaldi, l'idea e il progetto che gli altri popoli d'Europa hanno avuto del loro avvenire ci avrebbe sopravanzato. I nostalgici della  vecchia Italietta divisa dalle Alpi allo Stretto sono smentiti da questi artisti del carretto che nella loro arte popolare trasfigurano i cavalieri d'Italia in una sorta di bazar dell'Unità: Alla festta della Bedda Matri Addulurata a fare da sfondo al bancone dei semini e della calia - i ceci abbrustoliti - sono tutti i cavalieri che furono e saranno, meno uno: quello di Arcore!

Una storia di famiglia - quella delle lettere garibaldine - che diventa storia d'Italia e di cui l'Oreste venuto dal Nord al confino a Patti ha fatto da detonatore. Le carte delle famiglie sampietrine, con la sua venuta - Vinni cu vinni!- arriveranno al mercato della Pescheria abbandonato, sotto la porta della Bucceria, trasformato in mercatino delle pulci.

Tutti i contendenti - filoborbonici e filogaribaldini - convenuti nello studio del pittore siciliano Spadaro sembrano essere d'accordo col vecchio Re Lasagna che nel suo fatalismo di  vittima della jettatura nazionale pensava che quanto doveva accadere sarebbe comunque accaduto: l'Unità d'Italia!

Contrariamente c'è chi pensa ancora che se non ci avessimo avuto don Peppino Garibaldi il Regno delle Due Sicilie non sarebbe andato gambe all'aria e il re Lasagna di turno ci avrebbe governato con Balli Farina e Forche!

FicoSantarellino

I guai di quel codice d’onore cui erano avvezzi ricorrere i militari  lanciando il guanto della sfida a duello e che sicuramente avrebbe visto soccombere quel  cercaguai di scavezzacollo garibaldino cui non sarebbe più bastato il salvacondotto di amico di famiglia di passaggio a Capua?

Caro don Gaetano

Vi prego per carità, per amor di Dio venite subito portate mia figlia altrimenti avremo guai. Vostro amico vero Annibale Prinzivalli.

Una storia, sotto sigillo di confessione, ora era sulla bocca di tutti, ammesso che a Patti fossero tutti lettori delle rubriche del Rotary Club. Magari non fosse stato per quell’esiliato dell’Oreste Strano, che si era messo a ficcare il naso negli archivi delle famiglie sampietrine, questa storia sarebbe rimasta ancora sotto sigillo di confessione.

-         E’ la storia d’Italia! – tagliò corto il Paleoloco.

-Una bella storia, dottore, con passaporto di essere marito e moglie, in  fuga per la Sicilia e per giunta su di un piroscafo francese.-

Volle essere galante il padrone di casa, facendo leva sulle ascendenze galliche dell’essere siciliano. Tuttavia il discorso tornò su quell’Oreste Strano mandato in esilio a Patti, in epoca repubblicana, che s’era messo a scarminare nei segreti delle loro famiglie portandole sul mercato come fossero carne di bancata. Come in tutte le storie gattopardesche in  cui niente nasce in terra di Sicilia senza che qualcuno da fuori venga a dare il là , era nata  un’associazione di giovani per la valorizzazione del centro storico e il primo dei luoghi che il metallurgico milanese volle promuovere fu quello della vecchia pescheria, a immemorabile,  sotto la porta della Bucceria. Sulla bancata arrivarono vecchi giornali, fasci di corrispondenza con i francobolli d’epoca, servizi di piatti della Richard Ginori, mobili e suppellettili di designe  Decò, vecchie statere di rame e piastrelle della tradizione ceramica pattese cotte nelle fornaci locali e tutte le  misure del vecchio rotolo. L’archivio del notaro Bellacera era finito sulla bancata dell’ex pescheria, diventata un mercato delle pulci dove Nerino ci trovò le lettere, pedine mancanti di quel puzzle garibaldino.

Alla fine tutti assolsero l’Oreste Strano dell’imputazione di esproprio delle memorie di famiglia: quelle storie  avevano fatto la storia d’Italia e il loro patrimonio socio affettivo era divenuto anch’esso patrimonio nazionale.

-E poi, disse Nerino, un merito l’Oreste ce l’aveva ed era quello di aver rivelato la più antica longeva comunità rurale sampietrina, nutritasi di erba caolina, brassiche di montagna di cui l’Oreste aveva rivelato le virtù di elisir di lunga vita.-

La stella sotto il cui segno era nata l’Italia aveva convinto tutti a perdonare e una volta tanto sembravano d’accordo col re Lasagna che nel suo fatalismo pensava che quanto doveva accadere sarebbe comunque accaduto.

E quanto fatalmente era accaduto contemplava che la compagnia  dei Mille diventasse battaglione e il battaglione reggimento, dentro al quale erano finiti lo svizzero promosso colonnello maggiore don Vittore Weidi e la camicia rossa Peppino Paleoloco.Tutti furono tentati  di prendere  il loro bottino di guerra.

Bixio che sacramentava contro quei codardi di siciliani vide i palermitani correre a Porta Termini come ad un banchetto per assistere alla resa del generale Lanza che capitolava chiedendo l’armistizio al Dittatore pirata e filibustiere. Il tenente generale, siciliano vecchio di settantadue anni, che a stento seguiva  le squadre regie in carrozza, vide squagliarsi le sue truppe al ponte dell’Ammiraglio, disorientate dalle urla selvagge delle squadre siciliane. E dopo che per tutta risposta si era chiuso al forte di Castellamare, ordinando il bombardamento della città, aveva l’ardire di rivolgersi alla folla dei palermitani perchè implorassero il perdono reale di  S.M. Francesco II°: non ci avessimo avuto la malasorte di don Peppino Garibaldi,  avremmo conservato il Regno delle due Sicilie!

 ( Fine)

 

( Clicca sul titolo di testa e vai in fondo, sul menù di destra in basso, alla lettera garibaldina)

 

 

 

 

 

 

 

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Descrizione del blog:

Il Blog del professore.. che da qui all’esame si offre di condurre i suoi studenti in un girotondo intorno alla storia: “il ventennio europeo”

Un blog Omnibus da prendere in corsa !

Con testi link immagini che propongono storia modelli tipologie in  una ideale commistione tra sociologia storica e storia sociale.

Definiremo un modello, in termini semplici, come una costruzione intellettuale che semplifica la realtà in modo da mettere in rilievo ciò che è ricorrente,ciò che è costante e tipico, presentandolo come un insieme di tratti e attributi”.

(P. Burke, Sociologia e storia, Il Mulino )

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